Basilica delle Vigne
Basilica delle Vigne - Albo d'Oro
- Storia
- Arte
- Albo d'Oro
- Collegiata
- Santuario
- Parrocchia
- Cappella Musicale
- Chiostro medievale
- Campanile millenario
- Mostra permanente
- Nascita dello Scoutismo
- Come arrivare
- Info
ALBO D'ORO

La storia delle Vigne non è fatta solo di arte, ma anche di spiritualità e santità. Colpisce il fatto che nel corso dei secoli numerosi Santi, Beati, Fondatori e Religiosi sono stati devoti della Madonna delle Vigne. È un incoraggiamento per noi donne e uomini del XXI secolo!

caterinafieschi.jpg S. CATERINA DA GENOVA (1447 - 1510) e gli incurabili.
Caterina nacque a Genova nella primavera del 1447. La sua casa natale si trova ancora oggi nel territorio della parrocchia delle Vigne - in vico Indoratori - ed è individuata da un’apposita scritta. Il padre Giacomo, che morì nel settembre 1446, discendeva da Roberto, fratello di Innocenzo IV, dell’illustre famiglia Fieschi.
Secondo il costume delle famiglie nobili del tempo, Caterina ricevette un’accurata formazione letteraria e, molto probabilmente, imparò il latino. Le insegnarono il disegno e il ricamo. All’età di otto anni, «hebbe dal suo Signore uno istinto di penitentia, e dormiva su la paglia, e sotto lo capo si poneva un legno». A dodici anni ricevette da Dio il dono dell’orazione. A tredici anni sentì una fortissima vocazione per la vita religiosa. Tuttavia, nonostante l’insistenza del suo confessore, non fu accolta per la giovane età. A sedici anni, accondiscendendo alla volontà dei parenti, sposò Giuliano Adorno. Non poteva essere una scelta peggiore. Giuliano era un uomo dalla vita sregolata, aveva infatti avuto cinque figli naturali prima del matrimonio, violento e prodigo. Il suo carattere era opposto a quello di Caterina, raccolta e devota.Per cinque anni, Caterina soffrì di una tristezza senza rimedio, tanto più che Giuliano dilapidò il suo patrimonio. Ebbe un cambiamento improvviso. Per vincere la sofferenza che la travagliava «si dette alle facende esteriori compiacendosi nelle delizie et vanita del mondo». Visse alcuni anni di dissipazione, di cui in seguito pianse amaramente, apprezzava le feste, i banchetti, i piacevoli ricevimenti, riscuotendo sempre elogi e ammirazione per la sua amabilità. Una profonda malinconia iniziò a impadronirsi di Caterina, Lasciava le feste sempre più scontenta di sé, con un senso di vuoto nel cuore e l’anima piena d’amarezza per la vanità delle cose create. Un giorno di grandissimo sconforto, entrata nella Chiesa di san Benedetto, elevò questa preghiera «san Benedetto, priega Dio che mi faccia star tre mesi inferma nel letto». Era il 20 marzo 1473, vigilia della festa del santo. Due giorni dopo, recatasi al parlatorio di S. Maria delle Grazie per sfogare il proprio dolore con la sorella Limbania, sollecitata dalla stessa, «andò madonna Caterina per confessarsi dal confessor di esso monastero, ben che non fusse disposta al confessarsi». Fr. Paolo di Savona racconta così la conversione: «E come le fu inginocchiata davanti, subito ricevette una ferita al cuore d’uno immenso amore di Dio, con una vista della sua miseria e delli suoi difetti e della bontà di Dio. Et in quello sentimento de immenso amore, procedente dalla vista chiara della bontà divina e d’uno estremo et indicibile dolore procedente dalla vista della sua miseria et offese fatte al suo dolce Iddio, fu talmente tirata per affetto purgato dalle miserie del mondo, che restò quasi fuora di sé e fu per cascare in terra; e di dentro gridava con un affuocato amore: non piu mondo, non piu peccati».
Dio mutò in un attimo quest’anima con la vista del suo amore. Le donò la perfezione della sua grazia anziché i piaceri terreni. Mostrandole la sua bontà, l’illuminò di luce divina. Infine, l’unì completamente a sé e la trasformò.
Il 25 marzo 1473, essa ricevette la santa Eucaristia e da quel giorno iniziò una vita di straordinaria unione con Dio.
Durante i quattro anni che seguirono la sua conversione, Caterina fece penitenze talmente grandi che mortificò tutti li suoi sentimenti. Austerità, cilicio, astinenze, silenzio prolungato, nulla le pesava. Inoltre, per dominare la propria sensualità, costrinse se stessa a mangiare e a bere cose ripugnanti.
Dopo questi anni di austera penitenza e di purificazione interiore, in Caterina avenne uno straordinario cambiamento. Si occupò soltanto del bene. Nel 1476 Caterina e il marito decisero di vivere in castità. Questa conversione fu segnata da un nuovo progresso nel 1478, quando Giuliano decise di affiancare Caterina nell’assistenza agli ammalati dell’Ospedale di Pammatone e, per meglio occuparsene, andarono a vivere nell’Ospedale stesso. Essa si dedicò sempre gratuitamente al servizio degli ammalati, soprattutto degli appestati durante la terribile epidemia che devastò Genova nel 1493. Durante quell’evento Caterina compì prodigi di carità.
Nel 1489 fu eletta dai patroni dell’Ospedale direttrice della sezione femminile. Con questa carica le competevano la sorveglianza, la direzione del personale infermieristico, la direzione dei trovatelli e degli esposti, oltre alla tenuta dei conti e altre funzioni. Una dolorosissima e misteriosa infermità, ritenuta di carattere soprannaturale, sopraggiunta a Caterina nove anni prima della sua morte, dopo averla torturata con immenso dolore e averle procurato spasmi di atroce agonia, pose fine alla sua mirabile vita nel settembre del 1510, probabilmente il 14. Durante la malattia e l’agonia, si verificarono straordinari fenomeni di carattere mistico.
Il corpo della santa, ritrovato intatto nel 1512, si conserva integro ancora oggi nella chiesa della SS. Annunziata di Portoria detta anche di S. Caterina da Genova, esposto alla venerazione dei fedeli. Il culto che il popolo rendeva a Caterina come ad una Beata, fu approvato da Clemente X il 6 aprile 1675, dopo regolare processo sulle virtù e i miracoli. Clemente XII il 30 aprile 1737 firmò il decreto di canonizzazione.

Virginia_Santa.jpg SANTA VIRGINIA BRACELLI (1587 – 1651) e le Cento Dame.
Nella primavera del 1625 la Repubblica di Genova fu trascinata in guerra, a causa delle minacce di Carlo Emanuele, duca di Savoia e di Luigi XIII di Francia. L’esercito aggressore raduna 30000 uomini tra francesi e savoiardi ben armati. la Repubblica di Genova subisce gravi danni: cadono nelle mani dei francopiemontesi numerosi castelli del dominio ligure e la Città teme seriamente. Tuttavia, non cade: le azioni degli invasori non sono ben coordinate, arrivano in aiuto dei genovesi le galere spagnole ed anche soldati da Milano. I francesi e i piemontesi devono ritirarsi.
La guerra lasciò tristissime conseguenze; la popolazione urbana era raddoppiata per il gran numero di valligiani che avevano cercato rifugio in città, alterando la normale vita e imponendo l’urgenza di sfamare ed alloggiare persone senza tetto, senza pane e senza lavoro. E, terminata la guerra, le cose non migliorarono, perché dalla periferia, dai monti e dai colli, continuavano ad arrivare poveri, spinti dalla rabbia, dalla disperazione, dall paura. Bambini, giovani, madri, vedove, vecchi, religiosi: tutti hanno subito la violenza della guerra ed offese alla propria dignità.
Santa Virginia sa che è volere di Gesù che ella Lo serva nei poveri, in quei poveri. Per questo corre le strade della città per raccogliere denaro, vestiti, cibo; bussa alle case più ricche in nome dei poveri. Lei stessa apre il palazzo di Giorgio Centurione ed altri nobili seguono il suo esempio: Gio Francesco e Giovanna Lomellini, ad esempio, svuotano i loro granai ed arrivano al punto da vendere i loro arredamenti e i loro argenti per servire Cristo nei poveri.
La nostra Santa ha un piano preciso ed efficiente: nel nome di Cristo, presente nel povero, battere a tappeto la città per sapere e per rispondere in modo completo alle urgenze reali della miseria. Il suo programma incontra il favore e l’accoglienza di tanta parte della nobiltà genovese, al punto che S. Virginia organizzò le volontarie, le “Cento Dame”, in un’organizzazione autonoma e parallela a quelle già operanti.
Per loro scrisse una costituzione organica e concreta:
Si farà col nome di Dio una Congregazione di cento Gentil donne delle principali della Città… (1)
Si ripartisca la Città in venti Quartieri, et a venti Signore di detta Congregazione sia assegnato il suo, quale avrà pensiero, e cura fare e provvedere del pane del detto ufficio per mezzo d’un semplice biglietto, e di provvedere a detti Poveri di vestito, dormire, procurarle lavoro secondo le loro qualità, i putti mandarli alla scuola, sino a’età di dodici anni, poi impiegarli in qualche arte, le fanciulle l’esercitino in cucire…(4)
Le dame dovevano avere una chiesa dove pregare, adorare il Santissimo Sacramento, disporsi alla carità e S. Virginia scelse le Vigne: …perché nostra S. Incoronata delle Vigne è coronata protettrice di questa Serenissima Repubblica e Dominio, doveranno per ciò loro eleggersi detta Capella, con professar di voler vivere, e reggere detta opera sotto la sua protezione, che al sicuro resteranno benissimo appoggiate… (11).


franzoni.jpg PAOLO GEROLAMO FRANZONI (1708–1778) L’Abate Franzoni
Paolo Gerolamo Franzoni nasce a Genova il 3 dicembre del 1708 in piazza Serraglio. È il primogenito di Maria Maddalena Di Negro e del marchese Domenico, entrambi appartenenti a patrizie famiglie genovesi ricche e influenti. In quello stesso giorno fu portato all’Insigne Collegiata delle Vigne per ricevere il S. Battesimo. Lo battezzò il curato Sebastiano Deferrari.
A motivo dei suoi natali nobiliari condusse vita mondana nel patriziato genovese. A 26 anni sentì, improvvisa, la vocazione sacerdotale, favorita dalla lettura di una biografia di san Vincenzo de' Paoli. Si trasferì a Roma per realizzare la sua preparazione e fu ordinato sacerdote nel 1735.
Tornato a Genova nel 1737, si aggregò ai padri vincenziani: visse nella Casa della Missione (Fassolo), dove si applicò allo studio della teologia dogmatica e della sacra eloquenza.
In seguito si trasferì stabilmente nel palazzo di famiglia; venne nominato rettore dello Spedaletto degli Incurabili (1739), fondato nel cinquecento da E. Vernazza, e presidente della congregazione dei Missionari Urbani.
Nel Natale del 1750 Franzoni, insieme ad alcuni sacerdoti delle Missioni Urbane e Rurali, iniziò a radunare all'alba i camalli del porto, i barcaioli e i vetturini, ai quali proponeva in un linguaggio a loro accessibile esercizi e letture spirituali. Gli incontri trovarono un ampio seguito tra i lavoratori; le stesse autorità della Repubblica riconobbero il valore di quel lavoro, vedendo nell'iniziativa un mezzo per disciplinare la classe umile, tumultuosa e poco controllabile. Confortato dal successo ottenuto con facchini e barcaioli, Franzoni estese l'iniziativa a tante altre categorie di lavoratori: i garzoni di bottega, gli artigiani, i servitori dell'aristocrazia. Egli diventa per tutti l'abate Franzoni.
Insieme ai confratelli che lo avevano fino a quel momento appoggiato, fondò il giorno del Natale del 1749 la congregazione religiosa degli Operai Evangelici, con il compito di elevare l'istruzione e la cultura teologica ed umana sia nel clero che nel popolo. Alle riunioni o Accademie intervenivano persone di ogni ceto.
A Sampierdarena Franzoni entrò in contatto con alcune maestre che si dedicavano all'istruzione delle ragazze del popolo: L'abate iniziò a fornire loro i mezzi economici, i locali, l'assistenza spirituale e pedagogica. Nacque così la congregazione religiosa delle Suore Madri Pie di Nostra Signora Sede della Sapienza (1754), approvata nel 1764.
Franzoni, nell'intento di lavorare con i suoi Operai su tutti i fronti della società, aprì a sacerdoti e laici un Circolo per l'apprendimento delle lingue classiche e di quelle moderne, come anche favorì lo studio della matematica e dell'algebra.
Tuttavia, sul piano della divulgazione culturale l'iniziativa più importante fu senza ombra di dubbio l'istituzione della Biblioteca degli Operai Evangelici (Biblioteca Franzoniana), nel 1757, che divenne una delle tre biblioteche genovesi, aperte al pubblico. La vita del Franzoni fu ricca di iniziative, che, però, minarono la sua salute. Alla fine si ammalò. Chiuse gli occhi nel palazzo di famiglia, ove era nato quasi settantanni prima, era il 26 luglio 1778.
Ricevette l’omaggio di tutta la Città, a cominciare dal Senato della Repubblica di Genova.

caterina.jpg CATERINA MOLINARI (1781 - 1868): fide et operibus.
Figlia di Andrea e Rosa Marengo, patrizi genovesi, nacque a Genova il 19 marzo 1781, festa di S. Giuseppe, e venne battezzata lo stesso giorno.
Era una donna di fede e dai grandi ideali. Anima profondamente eucaristica, aveva una devozione particolare per la Beata Vergine Maria, contemplata nel mistero della sua Presentazione al Tempio.
Frequentando l’antico Santuario di Nostra Signora delle Vigne in Genova, aveva imparato, fin dalla sua giovinezza, a conoscere, amare, pregare ed imitare la Madonna, facendo della propria vita un dono incondizionato al Signore, nella piena accettazione dei Suoi progetti.
Aveva anche una grande devozione a S. Giuseppe, devozione che seppe trasmettere alle sue Figlie spirituali.
Attenta ai segni dei tempi, riconobbe i bisogni emergenti e vi seppe dare una risposta sempre decisa. Nel 1829 con alcune compagne accettò l’invito delle autorità civili e religiose di Sestri Levante (Ge), e nell’ex convento delle Monache Turchine – allontanate in precedenza da Napoleone – diede vita ad un Conservatorio per la formazione spirituale ed umana delle giovani. Con questa scelta madre Caterina Molinari diede vita alla Famiglia religiosa delle Maestre Pie della Presentazione di Maria Santissima al Tempio, mistero mariano a lei molto caro.
Negli anni, le Suore si diffusero in Italia e all’estero, continuando la cura per la formazione delle giovani.

vescovo.jpg S. ANTONIO MARIA GIANELLI (1789 – 1846), Vescovo e Fondatore
Nacque in Cereta, nelle estrema Liguria orientale, a quel tempo appartenente alla Diocesi di Genova e oggi Diocesi di Chiavari, il 12 aprile 1789, giorno di Pasqua. A diciannove anni, dimostrando chiari segni di vocazione alla vita ecclesiastica, fu presentato all’arcivescovo cardinale Giuseppe Spina, che lo accolse nel seminario.
Il 23 maggio 1812, a soli ventitré anni fu ordinato sacerdote ed inviato a svolgere il ministero nella chiesa di S. Matteo, celebre abbazia della famiglia Doria, che si trova vicina alla parrocchia delle Vigne.
Fu nominato insegnante nel seminario di Genova ed ebbe tra i suoi allievi il ven. Giuseppe Frassinett. Direttore di disciplina nel medesimo; arciprete di Chiavari; Vicario arcivesco¬vile per Chiavari; prefetto degli studi nel seminario chiavarese.
Nel 1827 fondò la congregazione dei Missionari di S. Alfonso per gli esercizi spirituali al clero e per le sacre Missioni Nel 1829 fondò la congregazione delle Figlie di N.S. dell'Orto - le Gianelline - perché provvedessero alle fanciulle più bisognose, ai poveri e agli infer¬mi. Nel 1837 venne nominato vescovo di Bobbio e consacrato l'anno successivo. A Bobbio promosse fortemente la catechesi, tenendo egli stesso lezioni di catechismo, le missio¬ni al popolo, la disciplina e la formazione del clero; tenne tre volte la visita pastorale a tutte le parroc¬chie della diocesi e due sinodi diocesani (1840, 1844). Nel 1838 costituì gli Oblati di S. Alfonso per la riforma del clero e la direzione dei seminari.
Morì a Piacenza il 7 giugno 1846, a 57 anni d’età, consumato dalla fatica. Nel 1920 Benedetto XV, l’ultimo Papa genovese, ne proclamò l’eroicità delle virtù; Pio XI lo annoverò fra i beati nel 1925. Pio XII lo proclamò santo nel 1951. La sua festa si celebra il 7 giugno.
Alle Vigne negli anni ’30 dell’Ottocento predicò una novena in preparazione alla Festa Patronale; ci sono rimasti molti appunti di quella predicazione: “Noi cristiani e devoti di Maria così poco pensiamo a Dio... Chi è ai giorni nostri che sappia rinunziare ad uno spettacolo, ad un divertimento, per fermarsi invece a pensare a Dio, o almeno per non scordarsi di Lui? Io non voglio dire con questo, che noi dovremmo abbandonare ogni cosa per ritirarci a non pensare che a Dio, come ha fatto Maria, ma voglio dirvi che quel non pensare mai a Dio, quel non cercare di averlo presente nelle nostre azioni, quel non ordinare almeno a Lui tutti i nostri pensieri... non può combinarsi con l'indispensabile precetto di amare Dio con tutta la men¬te. Ecco il sacrificio che noi dobbiamo fare con Maria: Proporre che da qui innanzi noi saremo premurosi non solo di amare Dio così virtualmente o per costume, ma ancora di pensare sovente a Lui, anzi, per quanto lo potremo, a Lui solo e alle cose che ci conducono a Lui”.

giorni.jpg LA SERVA DI DIO VITTORIA GIORNI (1793 – 1874) e le Pie Maestre di S. Agata.
Nacque a Genova nel 1793 nel territorio della vicina Parrocchia della Maddalena da Nicolò Giorni e da Giovanna De Coureil. A causa dei gravi eventi dell'epoca - la rivoluzione napoleonica, la guerra, la miseria -, la fanciulla passò i suoi primi anni con la famiglia a Firenze, per poi ritornare a Genova quando la situazione divenne più calma.
A Genova decise dedicarsi alla cura e all’assistenza delle fanciulle povere. Accompagnavano Vittoria una dozzina di giovani amiche, pedagogicamente e cristianamente preparate. La prima comunità aveva un carattere prettamente laicale. Questo le ottenne la simpatia del popolo e anche della borghesia liberale, che volentieri le offriva aiuto concreto, apprezzando il rigore signorile con cui Vittoria dirigeva allieve e collaboratrici. Nel 1820 acquistò un appartamento presso l’ex convento dei Chierici Minori Regolari, presso la Chiesa di S. Rocco a Granarolo, una zona al tempo disagiata. Lì cominciò la sua opera educativa e caritativa, secondo una forma laicale: Vittoria e le compagne non pronunciavano i voti religiosi; vestivano una tunica e un grembiulone, venivano chiamate “signorine”; soltanto anticipavano il nome di Maria al proprio.
Ebbe come guida spirituale don Francesco Agnino, già Parroco della chiesa di S. Marcellino e, Prevosto delle Vigne dal 1828 al 1837. Uomo colto era Dottore in Sacra Teologia e in “Utroque jure”, fu Docente in S. Teologia e in Diritto Canonico presso l’Università di Genova. Successivamente, diventerà Vescovo di Luni- Sarzana e Brugnato e assistente al Soglio Pontificio. Solo allora lascerà la direzione spirituale della Giorni a don Nicolò Gandolfo. Negli anni, in cui don Agnino era Prevosto delle Vigne, Vittoria Giorni visitò molte il Santuario delle Vigne e qui pregò la Madonna.
Successivamente, nel 1827 l’Opera si trasferì nel vecchio Convento di S. Agata, conservando ancora la caratteristica laicale. Il re Carlo Felice espresse alla Giorni una speciale approvazione. Nel 1845 la Giorni aprì una scuola a Quinto e lì vi trascorse sedici anni.
Morì il 26 ottobre 1874, dopo una vita attiva e segnata dalla continua sofferenza fisica. Nel 1934 il card. Dalmazio Minoretti, Arcivescovo di Genova, costituirà la Comunità come Congregazione religiosa con il nome di “Maestre Pie di S. Agata”.

pioVII.jpg PIO VII (1800 – 1823), Pellegrino alle Vigne
Pio VI morì prigioniero di Napoleone nella cittadella francese di Valencia nel 1799. Pur deportato, aveva lasciato istruzioni per il Conclave. Questo fu riunito a Venezia, durò quattordici settimane ed elesse Luigi Barbaba Chiaromonti, che assunse il nome di Pio VII. Era 1il 14 marzo 1800. Pochi mesi dopo riuscì a tornare a Roma.
Per nove anni si adoperò per la libertà e l’indipendenza della Chiesa in Francia, ma anche in vari Paesi d’Europa. Nel 1804 si recò a Parigi per l’incoronazione di Napoleone e di Giuseppina: al momento di porre la corona sul capo dell’imperatore, questi la prese si incoronò da solo. Nel 1808 Napoleone occupava lo Sato Pontificio e la stessa Roma. Il 5 luglio faceva arrestare Pio VII e lo fece portare prigioniero a Savona. Dal luglio 1809 al maggio 1812 restò là in un isolamento quasi totale dal mondo esterno. Fu, poi, trasferito a Fontainbleau e costretto a firmare un concordato con la Francia. Nel frattempo, la fortuna di Napoleone stava mutando. Nel 1814 Pio VII fu nuovamente portato a Savona e nel mese di marzo, finalmente, venne liberato. Il Papa volle subito tornare a Roma, ma nella primavera del 1815, quando Napoleone fuggì dall’isola d’Elba, fu costretto a rifugiarsi a Genova.
Il 16 aprile 1815 Pio VII visitava la Insigne Collegiata delle Vigne. Celebrò il solenne pontificale all’Altare Maggiore e dopo, Ospite del Prevosto d’allora Antonio Podestà, pranzava nel Chiostro Millenario. A ricordo di questo avvenimento, il Papa concede ai Canonici delle Vigne il privilegio della mantellina rossa, tra le insegne della loro dignità. Tre anni più tardi da Toma arricchirà le Vigne di altri privilegi spirituali: l’indulgenza plenaria perpetua all’Altare della Madonna, l’innalzamento della festa a rito di prima classe, l’aggiunta dell’Ottava alla solennità patronale del 21 novembre.
Se la storia ha riservato a Pio VII il compito di occuparsi di questioni politiche, soffrendo egli stesso per la libertà, queste non lo assorbirono totalmente. Egli ricostituì la Compagnia di Gesù, condanno i pericoli provenienti dalla massoneria, dall’illuminismo e dall’indifferentismo. Incoraggiò la cultura e l’arte, facendo di Roma un centro importante. Perdonò Napoleone e diede rifugio ai suoi parenti, che, ormai decaduti, erano rifiutati da tutti i governanti del tempo. Morì il 23 agosto del 1823, all’età di 81 anni, dopo 23 di pontificato.

santo2.jpg VENERABILE GIUSEPPE FRASSINETTI (1804-1866), Fondatore dei Figli di Santa Maria Immacolata
Giuseppe Frassinetti fu uomo genovese e genovese nel difficile 1800, con un ‘di più’ che fece di lui un autentico uomo di Dio. La sua storia cominciò nella bella chiesa delle Vigne la terza domenica di avvento, coincidente in quel 1804 con l’inizio della novena di Natale.
Nella penombra dell’antico battistero don Giovanbattista Pittaluga, - Pre’ Gioanin – gli amministrò il battesimo.

Era nato il giorno precedente, 15 dicembre nella casa di vico San Paolo Vecchio, presso Campetto.
Era figlio di Giovanni Battista, un commerciante, e di Angela Viale. Ebbe tre fratelli: Francesco, Giovanni e Raffaele ed una sorella: Paola. Tutti e tre i fratelli diventeranno sacerdoti e la sorelle suora, anzi fondatrice della Congregazione delle Suore Dorotee.
Nel 1827, terminati gli studi teologici nel seminario arcivescovile di Genova, Giuseppe fu ordinato sacerdote. Dal 1831 al ’39 fu parroco di San Pietro a Quinto. Del giovane sacerdote sono celebri le prediche come anche l’attenzione per il sacramento della Penitenza. Fondò con don Luigi Sturla la Congregazione del Beato Leonardo per promuovere la santificazione, lo zelo pastorale e lo studio del clero. La sua opera fu approvata dall’Arcivescovo di Genova, Placido Maria Tadini, nel 1834.
Dal 1839 alla morte fu priore e parroco della chiesa di Santa Sabina che all’epoca era nel centro storico della città, poco distante dalle Vigne. Creò molte associazioni e gruppi, specialmente per i giovani; organizzò corsi catechistici e oratori per gente comune. Si dedicò all’assistenza spirituale negli ospedali e nelle prigioni di Genova. Difese con forza la fede cattolica dagli attacchi dei protestanti e dei massoni rivoluzionari, i quali volevano subordinare la religione agli interessi politici. A causa della sua fedeltà al papa, dovette allontanarsi da Genova per oltre un anno e vivere nascosto sotto falso nome.
Attento alla questione sociale e al mondo del lavoro, nel 1854 aiutò mons. Salvatore Magansco, Arcivescovo di Genova nel fondare la “Società Operaia di Mutuo Soccorso”, una delle prime opere sociali in Italia. Ebbe modo di incontrarsi con San Giovanni Bosco con cui stabilì una confidente amicizia e collaborazione.
Con l’aiuto della sorella Paola e di altre compagne, aprì a Quinto una scuola di carità per ragazze povere, al fine di toglierle dalla strada ed istruirle.
Nel 1861 fondò la “Pia Unione dei Figli di Santa Maria Immacolata” i cui membri pur svolgendo le loro occupazioni avevano una particolare regola di vita. Da queste radici nascerà una pianta singolare. Infatti, nel 1866 insieme ad alcuni membri della Pia Unione don Frassinetti darà inizio a una forma di vita comune con lo scopo di accogliere e sostenere vari giovani che desideravano arrivare al sacerdozio, ma non avevano mezzi materiali. La prima sede fu nella canonica di Santa Sabina. Da questa prima comunità prenderà vita la “Congregazione dei figli di Santa Maria Immacolata”.
Don Frassinetti lasciò 96 scritti, più 9 postumi, dove si occupò in modo particolare della formazione dei chierici e della guida dei sacerdoti. Ricordiamo i celebri: “Compendio di teologia morale”, il “Manuale del parroco novello”, “Gesù Cristo regola del sacerdote”.
Dopo il Frassinetti, l’Opera sarà assunta dal sacerdote Antonio Piccardo, diventando un vero e proprio istituto di educazione religiosa.
A fine anno 1867 iniziò ad ammalarsi e a perdere le forze; vedendo vicina la propria fine chiese di ricevere il Viatico e l’estrema Unzione: aveva sempre insegnato agli altri che questi sacramenti si dovevano ricevere quando si era ancora consapevoli, così da poter seguire il rito.
Il 2 gennaio 1868, dopo una breve agonia, nel pomeriggio si addormentò serenamente nel Signore. Accompagnato dai suoi parrocchiani fu sepolto nel cimitero di Staglieno.
Nel 1934 i suoi resti furono trasferiti nella cappella dell’Istituto Piccardo di via Jacopo Ruffini.
Il 14 maggio 1991 il servo di Dio Giuseppe Frassinetti è riconosciuto Venerabile.

paolafrassinetti.jpg SANTA PAOLA FRASSINETTI (1809 – 1892) e le Compagnie.
Nasce a Genova il 3 Marzo 1809 e riceve il Battesimo nella Parrocchia di Santo Stefano. La precedono due fratelli: Giuseppe e Francesco; altri due, Giovanni e Raffaele, nasceranno dopo di Lei. La sua è una famiglia profondamente cristiana e legata alle Vigne, nel cui territorio ha dimorato per un certo periodo e dove Giuseppe è stato battezzato. Su questa famiglia la Divina provvidenza ha disegni particolari: i quattro fratelli diventano sacerdoti e la stessa Paola si consacra al Signore e darà origine alla Famiglia Religiosa delle suore Dorotee.
A 19 anni ha un momento di stanchezza nel suo stressante ritmo di vita di precoce madre di famiglia e il fratello Don Giuseppe, parroco a Quinto la ospita per qualche tempo. La vita della Parrocchia è palestra di bene per lei che, a poco a poco, con la sua cordiale affabilità attira le giovani di quella borgata. Intorno a lei si costruisce un gruppo impegnato che vive in comunione d'amore. Nella sua mente si fa chiara l'idea di un nuovo Istituto: si confida con il fratello Don Giuseppe.
Presto, nonostante gli ostacoli e le sofferenze, l'ideale sarà una realtà. Sono sei le compagne che supereranno i primi momenti tanto difficili. Paola è decisa. Così il 12 agosto 1834, nella parrocchia di S. Martino in Albaro, sette giovani offrono a Dio la loro vita. La Messa è celebrata dal fratello Don Giuseppe che le aveva preparate a quel passo così importante. Sono felici; di lì a qualche ora avrebbero posto la prima pietra del loro Istituto, avrebbero cominciato a vivere in comunità, ancorandosi all'unica ricchezza: Gesù Cristo. Infatti non hanno niente, sono povere nella casetta di Quinto che hanno scelto come loro prima dimora. Aprono una scuola per fanciulle poverissime e così devono lavorare anche di notte per sopravvivere. L'entusiasmo non manca e di qui i primi successi della scuola. Il colera dilaga a Genova e le sue figlie sono sulla breccia per portare aiuto e conforto.
Nel 1835 Don Luca Passi, sacerdote bergamasco amico di Don Giuseppe, conosciuto l'ardore apostolico di Paola, le propone di assumere nel suo Istituto la Pia Opera di Santa Dorotea da lui fondata con lo scopo di raggiungere, nel suo ambiente di lavoro e di vita, le giovani più povere e bisognose. Paola ritrova nell'originalità dell'opera la sua linea educativa e la dimensione apostolica della sua consacrazione e non esita ad inserirla nelle attività del suo Istituto. Le sue suore prenderanno il nome di Santa Dorotea.
Nel 1838 Paola presenta al card. P. M. Tadini, Arcivescovo di Genova un elenco di 24 Compagnie di fanciulle genovesi, che ella organizza ed assiste. I numeri sono sorprendenti: 2891 fanciulle di 24 Parrocchie cittadine, quasi tutte del Centro storico, ordinate dalle suore in 227 drappelli e assistite con amore da 636 laiche, sorveglianti ed assistenti. Nella Parrocchia delle Vigne Paola pone una Compagnia sotto la protezione di S. Marta. Più volte l’opera delle Compagnie tenne le sue riunioni plenarie alle Vigne, sotto la presidenza di don Luca dei Conti da Passano.
Nel 1841 da Genova Paola si spinge sino a Roma, dove il suo apostolato è incoraggiato dai papi Gregorio XVI e Pio IX. Poi, è la volta di Napoli, Bologna, Recanati. Nel 1866 partono le prime suore missionarie per il Brasile e, successivamente, per il Portogallo.
Muore l’11 giugno del 1882, invocando la Vergine Santa. L’11 marzo 1984 viene riconosciuta santa da Giovanni Paolo II.

solari.jpg LA SERVA DI DIO TERESA SOLARI (1822 – 1908) e la Piccola Casa della Divina Provvidenza
Teresa Solari nacque a Né, vicino a Chiavari (GE) nell’anno 1822 o 1823. Rimase senza mamma a pochi anni. Abbandonata dal padre poco tempo dopo, si rifugiò presso una zia in campagna. Teresa crebbe buona, pia, ubbidiente, laboriosa, manifestando subito lo spirito di sacrificio e di preghiera che l’animò per tutta la vita. Durante gli anni giovanili condusse una vita raminga di casa in casa, come domestica, per guadagnarsi il pane. Armata di un’incrollabile fede, di una soda pietà, di una carità ardente, non indietreggiò mai davanti al sacrificio e di ogni prova, fisica o morale, ne fece gradino per salire ad una più intima unione con Dio.
Verso i quindici anni, cominciò per Teresa una serie di misteriose malattie che la costrinsero al ricovero nell’Ospedale di Chiavari, prima, e di Genova, poi; fu un lungo tirocinio che la preparò alla missione assegnatale dalla Provvidenza Divina.
All’Ospedale di Pammatone conobbe la giovane Antonietta Cervetto, che era animata dai suoi stessi sentimenti; strinse con lei un legame di fraternità umana e spirituale tale da renderle un cuor solo ed un’anima sola.
Insieme, uscite dall’ospedale, cercarono di attuare al più presto il loro progetto di carità a cui si sentivano fortemente ispirate dalla volontà di Dio: accogliere ed educare fanciulle orfane o in qualsiasi modo bisognose, preservandole dalla corruzione.
Nacque una prima famiglia. Teresa si dedicava alla fatica estenuante della questua per provvedere il nutrimento alle sue ricoverate. Antonietta, in casa, dirigeva e sorvegliava le ragazze. Inizialmente, presero dimora nella Torretta di S. Luca.
In quel periodo la compagna Antonietta si ammalò gravemente; Teresa si recò alla Chiesa di S. Maria delle Vigne, e fattasi la comunione si trattenne in dolce colloquio con Maria Santissima; La Madre di Dio le fece conoscere che la sua compagna non sarebbe morta per quella infermità, che costituiva, però, una grande prova per entrambe.
Non molto tempo dopo, Teresa ed Antonietta capirono che era meglio lasciare l’alloggio della Torretta. La Solari nuovamente si recò alla Chiesa delle Vigne e con espansiva confidenza disse a Maria Santissima «Voi siete Madre e dovete pensare alle vostre figlie. La padrona presto ci licenzierà di casa e noi non sapremo dove andare. Dunque siamo intesi che Voi ci provvedete. Non è vero?» La Vergine Santissima le fece intendere: «Non dubitare, ché ci ho già pensato». Ritornata a casa, dopo poche ore vide l’effetto della promessa celeste. Una signora anziana si presenta e dice a Teresa: «Voi cercate un’abitazione; io sono incaricata per ispirazione divina di dirvi che ve n’ha una in via Scurreria…». Proprio nel territorio delle Vigne.
Nel 1869, quando già le orfanelle erano un centinaio e vivevano nella Casa Spinola, attuale Villa Croce, nella zona di Carignano, vedendo che la casa difettava di viveri e non riuscendo a sopperire il cibo necessario, Teresa indossò il suo scialle e, piena di fiducia, corse nuovamente dalla Madonna delle Vigne. Prostrata dinanzi all’altare della Madonna, implorava soccorso e provvidenza per le sue figlie, ma, quel giorno la Madre Celeste non diede segno di volerla esaudire. Una voce interiore la invitò a tornare in casa, dove scoprì che una orfanella aveva nascosto del pane cotto, ormai ammuffito, nel giardino. Teresa lo mangiò in segno di penitenza e poi tornò all’altare della Madonna delle Vigne. Questa volta la sua preghiera fu ascoltata. Mentre ancora pregava, sentì una mano che le tirava leggermente la veste: girandosi scorse accanto a sé un sacchetto pieno di monete.

Madre Solari operò il bene sino alla fine. Morì la sera del 7 Maggio 1908, a 85 anni.


beatarosa.jpg BEATA ROSA GATTORNO (1831 - 1900), Il messaggio dell’amore che salva.
La beata Anna Rosa Gattorno nacque a Genova, il 14 ottobre 1831, da una famiglia di agiate condizioni economiche, di buon nome sociale e di profonda formazione cristiana, abitante nel palazzo Lamba Doria in piazza delle Vigne. Fu battezzata lo stesso giorno nella parrocchia di S. Donato, con i nomi di Rosa Maria Benedetta. Nel padre Francesco e nella madre Adelaide Campanella trovò, come gli altri loro cinque figli, i primi essenziali formatori della sua vita morale e cristiana. In S. Maria delle Vigne ricevette la Prima S. Comunione e, poi, il 19 aprile 1843 la Cresima, dall’arcivescovo card. Placido Tadini. Di carattere sereno, amabile, aperto alla pietà e alla carità, e tuttavia fermo, seppe reagire altresì alla conflittualità del clima politico e anticlericale dell’epoca, che non risparmiò nemmeno alcuni componenti della famiglia Gattorno.
A 21 anni sposò il cugino Gerolamo Custo, e si trasferì a Marsiglia. Un imprevisto dissesto finanziario turbò ben presto la felicità della novella famiglia, costretta a far ritorno a Genova nel segno della povertà. Disgrazie ancor più gravi incombevano: la primogenita Carlotta, colpita da un improvviso malore, rimase sordomuta per sempre; il tentativo di Gerolamo di far fortuna all’estero si concluse con un ritorno, aggravato da ferale malattia; la gioia di altri due figli fu profondamente turbata dalla scomparsa del marito, che la lasciò vedova a meno di sei anni dalle nozze nel 1858 e, dopo qualche mese, dalla perdita dell’ultimo figlioletto. Nello stesso anno ebbe una grazia singolare: durante la novena della Madonna delle Vigne un giorno si trovava in adorazione davanti al Santissimo Sacramento, solennemente esposto. Improvvisamente si sentì tutta assorbita da una viva percezione del sangue di Cristo, provando insieme sentimenti ineffabili di unione intima con Gesù e di ardentissimo amore.
Il fatto si ripeté più volte in seguito, finché comprese bene di dovere intraprendere la via del Calvario per unirsi intimamente al suo Dio crocifisso. Anche l’anno seguente la novena della Madonna delle Vigne le fu apportatrice di grandi consolazioni e luci interne; ebbe un vivissimo lume sulla passione di Cristo e il grande desiderio di partecipare in qualche modo ai tormenti del Redentore.
L’incalzare di tante tristi vicende segnò, nella sua vita, un cambiamento radicale che lei chiamerà la sua "conversione" all’offerta totale di sé al Signore, al suo amore e all’amore del prossimo. Forte nelle difficoltà della vita e immersa nella Passione di Cristo, comprese la sua nuova vocazione. Già sposa fedele e madre esemplare, senza nulla sottrarre ai suoi figli – sempre teneramente amati e seguiti – in una maggiore disponibilità imparò a condividere le sofferenze degli altri, prodigandosi in apostolica carità negli ospedali e nelle case. Nel 1862 ricevette il dono delle stimmate occulte, percepito più intensamente nei giorni di venerdì. Nel 1864, dopo un anno di intensa preghiera e di penitenza, ebbe l’ispirazione di una nuova Regola per una specifica Fondazione sua, a servizio dei poveri e dei sofferenti. Nascerà da lì a poco la famiglia religiosa delle Figlie di S. Anna.

ravasco.jpg EUGENIA RAVASCO (1845 – 1900) e la cura della gioventù
Eugenia Ravasco nacque a Milano il 4 gennaio 1845, terza dei sei figli del banchiere genovese Francesco Matteo e della nobildonna Carolina Mozzoni Frosconi. Fu battezzata nella basilica di Santa Maria della Passione e ricevette i nomi di Eugenia, Maria. Nel 1848, dopo la morte della giovane moglie, il padre ritornò a Genova. Eugenia restò a Milano con la sorellina Costanza, affidata alle cure materne della zia Marietta. Nel 1852, si ricongiunse con la famiglia a Genova che da allora divenne sua sede definitiva. Dopo tre anni, nel marzo 1855, morì anche il padre. Lo zio Luigi Ravasco, banchiere e cristiano convinto, si prese cura dei nipoti orfani.
Il 21 giugno 1855, nella Chiesa di Sant'Ambrogio (oggi, del Gesù) in Genova, a 10 anni, ricevette la Prima Comunione e la Cresima a cui si era preparata sotto la guida del canonico Salvatore Magnasco, futuro consigliere della Ravasco, nonché Arcivescovo di Genova (1871 – 1892). Da quel giorno si sentì attratta dal mistero della Presenza Eucaristica, tanto da non passare davanti ad una chiesa senza entrarvi per adorare il Santissimo Sacramento. Nel dicembre 1862, Eugenia Ravasco perse anche l'appoggio dello zio Luigi. Da lui raccolse non solo l'eredità morale di grande rettitudine, coerenza cristiana e munificenza verso i poveri, ma anche la responsabilità materiale della famiglia. Non si perse d'animo. Confidando in Dio e consigliata dal canonico Salvatore Magnasco e da saggi avvocati, si mise alla guida degli affari di famiglia. Il 31 maggio 1863, nella Chiesa di Santa Sabina in Genova, dove era entrata per salutare Gesù Eucaristia, attraverso le parole del sacerdote che in quel momento parlava ai fedeli, Eugenia Ravasco ricevette l'invito divino a “consacrarsi a fare il bene per amore del Cuore di Gesù”. Fu l'evento che illuminò il suo futuro e le cambiò la vita. Sopportò con fortezza le rimostranze dei parenti e il disprezzo delle signore del suo ceto e cominciò con coraggio a fare il bene intorno a sé.
Il 6 dicembre 1868, a 23 anni, fondò la Congregazione religiosa delle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, con la missione di “fare il bene” specialmente alla gioventù. Il progetto educativo di Madre Ravasco era di educare i giovani e formarli ad una vita cristiana solida, operosa, aperta, perché fossero “onesti cittadini in mezzo alla società e santi nel cielo. Per quest'opera che le stava tanto a cuore, affrontò, con fortezza e fidando in Dio, gli attacchi velenosi della stampa avversa. Promosse il culto del Cuore di Gesù, dell'Eucaristia, del Cuore Immacolato di Maria. Manifestò sempre una forte devozione mariana. Scrive un suo biografo, P. Teodosio di Voltri: “i santuari furono la sua passione” e, tra questi, ricorda quello di Nostra Signora delle Vigne, tante volte visitato dalla Madre. Nel 1884, con altre consorelle, Eugenia Ravasco fece la professione perpetua. Nel 1892 affrontò con notevoli sacrifici e umiliazioni la costruzione di un edificio in piazza Carignano a Genova, per farne la “Casa per le giovani operaie”.
Consumata nella salute, Eugenia Ravasco si spense a Genova a 55 anni, nella Casa Madre dell'Istituto, la mattina del 30 dicembre 1900. “Vi lascio tutte nel Cuore di Gesù” fu il suo congedo. Nel 1948, S. E. Mons. Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova, introdusse la causa di beatificazione. Il 1° luglio del 2000, Anno Giubilare, il Santo Padre Giovanni Paolo II ne riconobbe l'eroicità delle virtù, dichiarandola Venerabile. Il 5 luglio 2002, lo stesso Giovanni Paolo II firmò il Decreto di approvazione del miracolo della guarigione di una bambina della Bolivia, ottenuto per l'intercessione della Madre Eugenia Ravasco.

Benedetto.jpg BENEDETTO XV (1854 – 1922): un genovese sulla Sede di Pietro
Giacomo Della Chiesa, che divenne papa con il nome di Benedetto XV (1914 – 1922), è uno dei figli più nobili e grandi di Genova. Ancora parlano di lui i luoghi dove è passato: il palazzo di famiglia, in salita S. Caterina, ove è nato il 21 novembre 1854; l’Insigne Collegiata di S. Maria delle Vigne, dove ha ricevuto il Battesimo, le aule scolastiche del Seminario, e dell'Università, che lo hanno visto studente preparato ed intelligente.
La sua elezione a Successore di Pietro avvenne in un momento difficile, determinato dall’inizio della Grande Guerra; Benedetto XV non fu uno spettatore inerte di quanto accadeva nel mondo, ma un autentico apostolo della pace e della concordia tra i popoli.
Seppe accrescere grandemente l’autorevolezza della Chiesa che, con la luce del Vangelo, si poneva al di sopra di ogni delimitazione nazionalista. Si presentò come il padre di tutti gli uomini, desideroso di creare concordia tra i figli e mai discordia. Mise a servizio di questa missione la sue grandi doti naturali e sacerdotali.
Come ebbe a dire il card. Giuseppe Siri, Benedetto XV “fu un uomo di intelligenza superiore”, capace di cogliere le questioni umane nella loro verità e di armonizzarle tra loro, così da ricordare agli uomini non solo i valori morali, ma anche il modo per raggiungerli. Basti solo pensare ai continui appelli per la pace e alle puntuali indicazioni per sanare i conflitti, culminati nella celebre “Nota” alle Nazioni dell’agosto 1917. In essa il Papa enunciò, con limpida chiarezza, i principi più alti del diritto internazionale, del diritto delle genti, delle libertà necessarie ai popoli per vivere nella pace. Si può con ragione affermare che tanti tentativi positivi che l’umanità ha fatto, in seguito, per risolvere i conflitti mediante organismi internazionali, trovino i loro fondamenti nel programma di Benedetto XV.
Ai talenti personali aggiunse l’amore evangelico per ogni uomo: lavorò perché fiorissero negli animi sentimenti di perdono e di fratellanza; pregò perché si deponessero le armi e nei cuori si spegnessero l'odio e la violenza; si adoperò affinché ogni uomo vedesse nell'altro non un nemico da combattere, ma un fratello da accogliere ed amare, per costruire insieme un mondo migliore.
Trasformò il Vaticano in un’immensa organizzazione a favore dei prigionieri e delle famiglie colpite dal flagello della guerra. Tutti erano aiutati, al di là di ogni distinzione di fede, religione, nazione e politica. Innumerevoli famiglie ebbero la gioia di comunicare, tramite il Vaticano, con i loro cari e di inviare aiuti ad essi. Per questa generosità la Santa Sede si trovò in ristrettezze economiche.
Apostolo di pace non trascurò la cura della Chiesa universale: la pubblicazione del codice di diritto canonico, il sostegno agli studi della Sacra Scrittura, l’incremento della vita cristiana sono alcune testimonianze del suo magistero petrino.
Il legame con le Vigne non venne mai meno: nel 1915 i genovesi, guidati dall’Arcivescovo mons. L. Gavotti, si recarono a Roma e offrirono al Papa una statua della Madonna delle Vigne in argento. Nel 1920 lo stesso Benedetto XV volle offrire le corone auree per la quarta incoronazione della statua della Madonna e del Bambino. Alle Vigne sono conservati diversi ricordi di Benedetto XV, tra cui la croce pettorale.

elisa.jpg ELISA GIUSEPPINA MEZZANA (1860 – 1942) e le Derelitte
Elisa Mezzana nasce a Genova il 14 aprile 1860 e lo stesso giorno viene battezzata nella chiesa di S. Maria delle Vigne. La sua è una famiglia agiata e numerosa: ben undici figli!
Fin da giovane è attratta dagli ideali della vita interiore, vissuta in profondità, e da quelli della carità evangelica. Ritiene che il modo migliore di realizzare la propria vita sia quello di entrare tra le Figlie della Carità di S. Vincenzo de Paoli.
Il 25 maggio 1879 veste l’abito religioso e assume il nome di suor Agnese. È mandata come insegnante in una casa delle Figlie della Carità a San Benigno (Torino). Purtroppo la sua salute è fragile, a motivo di una forte anemia, e il 5 luglio 1881 è costretta a ritornare in famiglia.
Un miglioramento rapido le riaccende la speranza! È inviata a Comacchio, dove la Congregazione ha una casa piuttosto in declino. La Mezzana non perde tempo: rinvigorisce la disciplina abbastanza rilassata delle giovani ospiti, fa migliorare l’aspetto materiale dei locali, imprime slancio spirituale ovunque. Purtoppo, la salute non la aiuta e dopo poco è costretta a stare a letto; addirittura, nel 1892 deve uscire le Figlie della Carità in modo definitivo.
Se abbandona la Congregazione in senso giuridico, nello spirito rimane una religiosa.
Con il tempo si delinea il disegno divino. Avvicina il sacerdote genovese don Giuseppe Fassicomo (1864 – 1902), noto in città perché si occupa dei giovani sbandati, chiamati i derelitti.
La Mezzana sente una attrattiva speciale per questo apostolato e decide di collaborare con don Fassicomo, che ben volentieri l’accetta. Con il tempo si mostra così zelante ed assidua nel suo impegno da meritare lei stessa il nome di “Madre dei Derelitti”.
Il Fassicomo ha grandi progetti: ampliare la sua opera a favore anche delle ragazze abbandonate, ma, improvvisamente, il 5 ottobre 1902 muore.
Elisa Mezzana sente di dover continuare l’opera, ma non è sicura. Il 26 gennaio 1906 ottiene un’udienza dal papa san Pio X, che la incoraggia: “la Provvidenza verrà. Voi farete il bene che Dio vorrà da voi e benedico voi, l’Opera vostra, tutti quelli che vi aiuteranno”.
Non perde tempo. Il 19 marzo dello stesso anno dà inizio alla sua opera. Suonano le 10 del mattino, Elisa Mezzana è raccolta in preghiera con tre ragazze nella chiesa delle Vigne, Santuario Mariano di Genova: affida alla sua Madonna il progetto che sta per iniziare. Poi, la piccola comitiva si reca al cimitero di Staglieno, presso la tomba di don Fassicomo. Qui prega ancora, implorando la benedizione del suo maestro.
Questo è il semplice avvio di un’opera che farà tanto bene a Genova e troverà consensi ovunque. Le assistite sono chiamate “Derelitte” e si moltiplicano di mese in mese.
Nel desiderio di dare stabilità alla sua opera, Elisa Mezzana pensa di dare inizio ad una nuova Congregazione. Il 14 settembre 1926, festa della Santa Croce, lei e le sue compagne vestono l’abito religioso, consacrandosi per sempre alla carità e al sacrificio. Devota di San Giusepe, ne assume il nome. Nascono le Figlie della Volontà di Dio per le fanciulle derelitte. Il sogno di don Fassicomo si compie!

Fasicomo.jpg EUGENIO FASSICOMO (1864 – 1902), L'Opera dei derelitti.
Nasce a Genova il 2 febbraio 1864 e lo stesso giorno viene portato al fonte della parrocchia di S. Maria delle Vigne per ricevere il S. Battesimo.
Fin da bambino rivela una salute delicata e un carattere piuttosto timido: nessuno avrebbe potuto scorgere in lui il Fondatore di opere coraggiose e innovative.
Presto sente la vocazione al Sacerdozio, ma non può assecondarla, perché costretto a fare il rivenditore di libri nel negozio paterno. Qualche tempo dopo, riesce ad iscriversi alle Scuole del Seminario; nello stesso tempo frequenta con il padre il Patronato di San Vincenzo, divenendo educatore dei piccoli assistiti. Inoltre, entra a far parte della Veneranda Compagnia di Misericordia, la quale – ancora oggi – opera a Genova a favore dei detenuti.
Il 28 maggio 1893, finalmente, corona il suo sogno e diventa Sacerdote; celebra la prima S. Messa nella abbazia gentilizia di S. Matteo, poco lontano dalle Vigne.
Inizia il suo breve, ma intensissimo ministero. In soli due anni fonda e segue: il Ricreatorio popolare per i giovani; l’Opera del catechismo permanente per l’istruzione religiosa di giovani e adulti; il Circolo S. Giorgio per lo svago dei giovani; la Banda musicale e la Filodrammatica “Silvio Pellico”
Nel 1896 raggruppò tutte queste istituzioni nella “Opera Madonna di Pompei” al fine di coordinarle meglio. E, più tardi, fondò ancora: la Congregazione di S. Giuseppe per i fanciulli abbandonati del Centro storico; la Casa S. Agostino per i giovani usciti dal carcere; il Circolo S. Giovanni Battista per l’attività culturale, teatrale e fisica dei giovani.
Davvero si resta ammirati per tante iniziative! A queste va aggiunta la più importante di tutte: l’Opera dei Derelitti. È l’ultima in ordine di tempo, quella a cui andrà per sempre legato il nome di don Fassicomo. Chi sono i Derelitti? Bambini, ragazzi e giovani abbandonati dalla famiglia. Don Eugenio li accoglie e per loro erige una Casa ben attrezzata, dove insegnare qualche mestiere.
Nel giro di poco tempo l’Opera dei Derelitti si afferma, anche attraverso la raccolta delle cose usate. Questa era la pubblicità per farsi conoscere: “Chi deve mutar casa, traslocare ricordi che ha nell’Opera dei rifiuti un’alleata indispensabile. Dovendo disfarsi di roba inutile, rottami, mobili sgangherati, utensili guasti, vecchiumi e ingombri d’ogni genere, si leverà ogni fastidio telefonando ai Derelitti, che accorreranno con sacchi e carretti e in un baleno faranno la casa vuota”!
Nella sua opera a favore della gioventù don Fassicomo ricevette aiuto anche da Elisa Mezzana – anch’ella devota della Madonna delle Vigne – la quale diverrà la Madre dei Derelitti.
A fine settembre 1902 si ammala gravemente; l’Arcivescovo Pulciano, informato delle condizioni gravi, si reca a trovarlo e, dopo un lungo ed affettuoso colloquio, fa sua l’Opera del Fassicomo. Questi, dopo soli 9 anni di ministero sacerdotale, muore serenamente, accettando la volontà di Dio. È il 5 ottobre 1902.
L’Arcivescovo mantiene la parola ed affida l’Opera dei Derelitti all’Istituto degli Artigianelli di Monza, condotto dai Religiosi istituiti da un altro grande educatore, il Beato Ludovico Pavoni (1784–1849).

italamela.jpg ITALA MELA (1904 – 1957) e la Trinità
Itala nasce a La Spezia il 28 agosto 1904. Trascorre l'infanzia e l'adolescenza dai nonni materni, a causa del lavoro scolastico dei genitori. Nel 1915, dopo una discreta preparazione, riceve la Prima Comunione e la Cresima. Negli anni successivi si allontana dalla fede, fino al punto da professarsi atea. Nel 1922 ottiene la licenza liceale e si iscrive alla Facoltà di Lettere dell'Università di Genova; grazie all’aiuto di due sacerdoti genovesi si apre nuovamente alla fede.
Durante il cammino di ricerca approda alla chiesa delle Vigne. Qui, nel marzo del 1923 segue il Quaresimale, un appuntamento molto seguito dai genovesi, perché ogni anno il predicatore era una persona di grande fama. Ha un colloquio con lui e confessa: «Io non voglio ingannarmi, però se dirò di sì al cristianesimo, lo dovrò fare in fondo e continuerò durante la mia vita. Anche se fosse un inganno non mi pentirò di avere vissuto come cristiano” (Manoscritto XLII pagg. 31-32)». In aprile, finalmente la decisione: «Signore, ti seguirò anche nelle tenebre, a costo di morire!» Per Itala inizia la nuova strada!
Grazie alla FUCI ha modo di avere una serie di incontri importanti con personalità eminenti con le quali resterà legata da profonda amicizia: il giovane Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI, il cardinale Schuster, padre Agostino Gemelli, don Divo Barsotti. Dopo la laurea ottiene una cattedra ed inizia la sua vita professionale come insegnante. Il 3 agosto del 1928, nella città di Pontremoli, vive le prime esperienze di Dio in sé. A settembre pensa alla vocazione benedettina, ma deve rinunciarvi perché ammalata. Infatti nel marzo del 1929 è colpita da una febbre altissima. Sempre in quell'anno, il giorno della SS. Trinità riceve dal Belgio una lettera, con la quale viene invitata a immergersi nella Trinità e a cambiare nome: Maria della Trinità. D’ora in poi la sua missione sarà far conoscere il Mistero intimo di Dio.
Non è suora, vive nel mondo, eppure sente il bisogno di emettere i tre voti di povertà, castità e obbedienza, ai quali aggiunge altri due voti: fare sempre l'azione più perfetta; soprattutto vivere e diffondere la verità dell'«Inabitazione» della Trinità nell'anima nostra. Il suo pensiero e il suo affetto, di giorno e di notte, nel lavoro, nel riposo e nelle lunghe ore di preghiera è sempre rivolto a Dio Padre e Figlio e Spirito Santo che abita nella cella del suo cuore. Nel 1933 conclude il noviziato benedettino con la professione come Oblata del Monastero in San Paolo fuori le Mura, a Roma.
A partire dall'11 giugno 1933, con la professione del suo quinto voto, l'«Inabitazione» diventa il centro della sua vita e della sua missione nella Chiesa. Nel 1936 è rapita da frequenti visioni celesti della Trinità, nonché da persecuzioni del demonio: vive la sua vita in carità ed umiltà. Nello stesso anno, compie il voto del più perfetto e le nozze mistiche. Il 21 aprile del 1941 presenta al Santo Padre Pio XII il Memoriale di Maria della Trinità e questi lo approva. Dal 5 al 15 ottobre 1946 compie a Genova un ciclo di Esercizi Spirituali e pensa di creare una famiglia sacerdotale, per la quale offrirà nel 1947 la vita eremitica.
Itala Mela muore il 29 aprile 1957 ed il 21 novembre del 1976 è stata dichiarata Serva di Dio. È tuttora in corso il processo di beatificazione.
Nodo centrale del pensiero di Itala Mela è la dottrina dell'inabitazione della Santa Trinità nella nostra anima. «Vivere l'Inabitazione è vivere il proprio Battesimo. Sarebbe un grave errore credere che il richiamare le anime a nutrire di questo mistero adorabile la loro vita, sia il richiamarle ad una "devozione" speciale: è piuttosto un invitarle a vivere della grazia che il Battesimo ha loro donato, a penetrare la realtà divina promessaci da Gesù: Veniemus et apud eum mansionem faciemus». (Itala Mela, Manoscritti, 4,52).

Basilica delle Vigne, Genova - © 2017- W3C XHTML CSS compliant by pulsante - design paroledavendere - top